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Road to Sochi
Da ieri sera l'Italia dell'hockey ghiaccio non è più nella top division mondiale. La retrocessione, per certi versi annunciata, si è materializzata con la vittoria dei danesi sui lettoni e la sconfitta azzurra nell'ultimo impegno del torneo contro i russi. Il team italiano dovrà quindi rimboccarsi le maniche e ripartire nuovamente il prossimo anno dal purgatorio della prima divisione.
Centrare la salvezza sarebbe stata una vera e propria impresa con tutti i pronostici che ci hanno visto spacciati sin dalla vigilia del torneo. Il girone di Stoccolma ci ha messo di fronte 3 squadre dal confronto improponibile (Svezia, Russia e Repubblica Ceca) e 4 (Germania, Danimarca, Lettonia e Norvegia) contro le quali avremmo dovuto provare a giocarci i punti per evitare l'ultimo posto.
Si è capito subito che sarebbe stato un mondiale molto difficile per i ragazzi di coach Cornacchia, battuti all'esordio 0-3 da una Germania (rivelatasi poi una delle deluse del torneo) che ha messo in evidenza sin dall'inizio i limiti della squadra azzurra. Poi è arrivata la sorprendente vittoria contro la Danimarca in overtime con quell'urlo di Giulio Scandella dopo il gol decisivo a far intravedere improvvisamente una luce di speranza. Purtroppo quei 2 punti sono rimasti frutto di un episodio nel percorso del Mondiale e la nazionale non è più riuscita neanche lontanamente a stare in partita con le successive avversarie (Lettonia e Norvegia) contro le quali sarebbero serviti i punti decisivi.
C'è un dato che balza agli occhi più di tutti e sono le 5 partite in cui l'attacco azzurro (il peggiore della rassegna iridata) è rimasto a secco senza trovare nemmeno il gol della bandiera nell'arco dei 60 minuti. Al di là delle 4 reti realizzate contro i danesi e delle 2 contro i norvegesi (nel 2-6 finale) nulla più. Peggio anche del Kazakistan (fanalino di coda nel gruppo di Helsinki e retrocesso anch'esso) andato a segno 11 volte nelle 7 partite giocate.
Male anche i numeri degli special team. Come sempre accade a livello internazionale tante le penalità inutili ed evitabili prese che hanno chiamato in causa troppe volte il penalty killing dimostratosi carente in più di un'occasione. Anche nella fase di costruzione in powerplay non siamo mai stati all'altezza con una sola rete realizzata e addirittura 2 gol subiti dagli avversari sul ghiaccio con un uomo in meno.
L'Italia è stata costretta quasi sempre sulla difensiva e gli attaccanti non si sono rivelati abbastanzi cinici (partita con la Danimarca esclusa) per tramutare in rete le poche occasioni capitate. Sulla mancanza di lucidità sotto porta ha inciso anche la fatica degli impegni ravvicinati contro avversari più avvezzi a certi ritmi e a ben altri livelli.
Si potrebbe discutere a lungo poi sulle convocazioni, se siano state le migliori possibili o su quali possano essere le eventuali colpe di coach Cornacchia e dello staff ma il cuore della discussione dovrebbe essere incentrato sullo stato del movimento italiano. I ragazzi sul ghiaccio in Svezia hanno fatto il possibile ma la realtà, inutile nascondersi, è che l'hockey azzurro fa troppa fatica a mantenere il confronto con le altre nazionali della top division. La gran parte dei nostri giocatori proviene dal campionato italiano, di livello molto inferiore rispetto ad altre leghe europee. Non è un caso se Daniel Bellissimo con la sua esperienza in Allsvenskan (la serie b svedese) sia stato indiscutibilmente il migliore degli azzurri, capace di mantenere accettabili i passivi, pur messo sempre sotto pressione, nelle partite giocate.
Tralasciando le nazioni tradizionalmente più forti, va notato come anche delle altre che fanno parte della massima serie e non solo, i movimenti continuino a crescere e con essi nuovi talenti, messi in condizione di costruirsi una carriera o pronti per tornei di grande livello europeo se non addirittura per un approdo in Nordamerica nella Nhl. Fa un po' "rabbia" da questa parte delle Alpi vedere poi il mondiale dei cugini francesi, ancora una volta salvi e addirittura arrivati all'ultima partita con la possibilità, seppur difficile, di centrare la qualificazione ai quarti di finale. Hanno un solo giocatore (il portiere Cristobal Huet) con alle spalle un ottimo passato in Nhl, ma qualcosa anche nel loro campionato (Ligue Magnus) si è mosso negli ultimi anni con grandi città coinvolte come ad esempio Nizza, Bordeaux, Lione e Montpellier e una buona operazione di marketing alle spalle.
Spiace dirlo ma finché il nostro hockey resterà circoscritto alle valli e a poche altre realtà che pure hanno grandi meriti, sarà sempre più difficile stare al passo con gli altri. Indubbiamente lo sdoganamento non è un'operazione semplicissima, specialmente al giorno d'oggi, per questioni soprattutto di costi, impianti e sponsor ma è innegabile che un campionato più competitivo, più vendibile come prodotto, giocato almeno in qualcuna delle grandi piazze italiane, sarebbe più seguito e diverrebbe una manna dal cielo per provare a invogliare nuovi ragazzi alla pratica e al futuro agonismo, aiutando allo stesso tempo i giovani talenti che ci sono a non perdersi. In questo senso, il ritorno del Milano in serie A dalla prossima stagione è già una nota positiva.
Al di là di queste considerazioni va comunque ricordato che i problemi dell'hockey ghiaccio sono quelli che hanno tante altre discipline in Italia dove la cultura sportiva è un optional e salvo gli appassionati, ci si ricorda dell'esistenza di altri sport solo quando si vince qualcosa ogni 4 anni. Il problema però è che i campioni o gli sportivi di livello non possono sempre nascere sugli alberi e continuando ad aspettare che ciò accada, potrà fare solo più buio.
Pasquale Teoli